About mariovirga

Vivo di fotografia da vent'anni . Ho iniziato lavorando come freelance presso alcune agenzie fotogiornalistiche nazionali. Sono passato attraverso la pubblicità, curando l'immagine e la comunicazione di diverse aziende di produzione. Attualmente sono diviso tra insegnamento (di fotografia, naturalmente) e libera professione.

Sarebbero bastati 5 minuti.

“Si può morire di mafia semplicemente perché si è nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sarebbe bastato ritardare 5 -10 minuti, avere avuto un contrattempo, aver fatto una chiacchierata più lunga con mio zio e oggi, forse, potrei ancora parlare con mio padre.

La strage di Viale Lazio ha segnato ogni giorno della mia vita ed oltre al dolore ho subito anche l’umiliazione del sospetto, dato che fu messa in dubbio pure la sua l’onestà. Dicevano che ero figlio di un mafioso. Sono passati tanti anni e sono ancora qua parlare  di lui, a rivivere la mia infanzia ma anche a ricostruire gli ultimi istanti della sua esistenza.”

Giovanni Domè morì il 10 dicembre del 1969. Era custode di un garage quando un commando aprì il fuoco contro di lui e altre cinque persone. Ferdinando, suo figlio, ha dovuto aspettare quasi 40 anni affinché fosse riabilitato il nome di suo padre.

“Sarebbe bastato ritardare 5 -10 minuti…”

Il sindaco illuminato

Parlare di Europa a Capaci negli anni ’60 sembrava fuori luogo. Le problematiche  sociali e umane di allora erano davvero gravi: la povertà, la miseria, il grave disagio economico e culturale, la disoccupazione e la conseguente migrazione, la totale mancanza di strutture igienico-sanitarie, l’assenza di illuminazione. Nei 14 anni di carica come sindaco, Tanino Longo trasformò il paese facendogli acquisire dignità al pari di un qualsiasi paese europeo. Era un amministratore illuminato, come pochi.

Il 17 gennaio 1978 la Capaci progressista si fermò. Si fermò anche il cuore generoso di Tanino Longo, sotto i colpi di pistola esplosi in quella fredda e piovosa mattina.

La moglie Gina e i figli aspettano ancora giustizia.

Ma il ricordo di Tanino Longo vive nei pensieri, nei temi e nelle poesie dei partecipanti alla Borsa di studio in nome del sindaco. I ragazzi non possono ricordarlo, ma chiedono chi fosse ai familiari e sanno ora chi era. Così ancora oggi, a Capaci, si parla di lui.

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Peppino vive

Trentacinque anni non sono bastati a cancellare la memoria di Peppino Impastato. Le sue idee sono sopravvissute al suo omicidio, al fango ed alle calunnie, all’omertà e all’isolamento. Oggi le pareti di Casa Memoria trasudano di  fotografie, di pensieri, di testimonianze anche da parte di persone che non l’hanno mai conosciuto  ma che vivono tutt’ora  il suo pensiero, lo hanno fatto proprio, lo perpetuano.

Giovanni Impastato ha lottato per dare dignità alla sua famiglia e a suo fratello e Casa Memoria, intitolata a Felicia e Peppino,è il simbolo di questa straordinaria esperienza e determinazione.

Ad ogni costo

Riccardo è molto legato a questa fotografia. Vi è raffigurato suo padre circondato dai suoli colleghi.
“Mio padre era molto legato all’Arma dei Carabinieri, la considerava una seconda famiglia. Sentiva di appartenere a qualcosa in cui credere profondamente, ad ogni costo, anche a rischio della propria vita.”
Nell’anno maledetto delle stragi, il 1992, moriva il 4 aprile Giuliano Guazzelli mentre percorreva la  strada Agrigento-Menfi sulla sua auto Fiat Ritmo.
20 anni non sono bastati per cancellare il ricordo di quell’uomo al servizio dello Stato.

Da sole, con le nostre forze.

“In seguito all’uccisone di mio padre la mia vita, quella di mia madre e delle mie sorelle, Liliana e Monica, fu totalmente distrutta.  Abbiamo venduto metá della nostra casa per pagare i debiti ed è stata veramente dura. Ma oggi, dopo oltre trent’anni, dico che siamo state veramente forti e ce l’abbiamo fatta con le nostre forze. Per oltre 25 anni non abbiamo mai parlato della nostra tragedia perchè ci faceva troppo soffrire e piangere. Ma da qualche anno abbiamo iniziato a portare la nostra testimonianza nelle scuole, ci impegnamo a favore della legalità affinché non ci possa essere l’alibi dell’ignoranza. Dobbiamo lottare se davvero vogliamo il cambiamento. “

Carmelo Iannì, un piccolo albergatore, pagò con la vita l’essersi messo a disposizione della Polizia per catturare un gruppo di chimici marsigliesi, ospiti del suo albergo, e mafiosi locali cui questi prestavano il proprio aiuto per la raffinazione di eroina.

Era il 28 agosto 1980 quando fu giustiziato per ordine del boss Geraldo Alberti.

Roberta Iannì aveva 16 anni.

Ritratto inedito di Beppe Alfano

Chicco conserva le fotografie di suo padre, ognuna collegata ad un ricordo o un racconto. Le gite, i compleanni, momenti di vita familiare. Emerge l’immagine di un uomo gioviale, che amava la famiglia e i figli, ma anche la compagnia di tanti amici.

Beppe Alfano amava anche il suo lavoro di corrispondente per “La Sicilia”. Lo amava a tal punto da toccare interessi che non doveva toccare, fino ad essere consapevole dell’imminente fine. Un uomo lasciato solo dalle Istituzioni a condurre la sua personale battaglia contro gli interessi malavitosi della cosca locale.

La notte dell’8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto.

Da quella notte la vita di Chicco, di sua madre e dei suoi fratelli non fu più la stessa.

Più nulla.

Si può morire a 31 anni anche di lupara bianca, senza che un padre, una madre o una sorella abbiano una tomba su cui versare delle lacrime. Per giorni, mesi o anni attendi una notizia, poi  speri anche a quello che mai avresti pensato, di ritrovarlo morto pur di ritrovarlo.  Angela Ogliastro è una donna forte e caparbia. Ha sfidato tutto e tutti per sapere dove è sepolto suo fratello, lottando anche contro un sistema distorto che stabilisce anche chi debba essere considerato vittima di mafia.

Serafino Ogliastro, ex poliziotto, scomparve il 12 ottobre 1992. I suoi resti non sono mai stati ritrovati.

Era mio padre. I miei sogni morirono con lui.

“Per noi figli era un onesto lavoratore, la nostra guida, la “luce che illuminava il nostro cammino”, luce di cui siamo stati improvvisamente privati in un momento della vita in cui avevamo maggiormente bisogno della sua presenza.
Ci auspichiamo che il sacrificio di nostro padre, come quello di tanti altri, non sia vano e che lo scorrere del tempo non cancelli il ricordo di un uomo  che ha creduto nella giustizia e nella legalità al prezzo della vita.”
Salvatore Castelbuono medaglia d’oro al merito civile, vigile urbano, barbaramente assassinato il 26 settembre 1978. Sposato e padre di quattro figli, prestava servizio nel comune di Bolognetta.
Quel giorno maledetto il figlio Giuseppe aveva tutta la spensieratezza dei suoi 21 anni e frequentava la Facoltà di Giurisprudenza. Quell’atto criminale cambiò per sempre la sua vita e quella della sua famiglia.

Antonella Borsellino e la sua personale battaglia.

Giuseppe e Paolo Borsellino erano mio padre e mio fratello. Lo sono tutt’ora, forse più di prima. Prima che cosa nostra li uccidesse ad otto mesi di distanza l’uno dall’altro. Prima mio fratello, il 21 aprile del 1992, e poi mio padre, il 17 dicembre. Da allora tutta la mia vita e quella dei miei cari è stata stravolta. Ma oggi, a distanza di 19 anni, noi ci siamo ancora. Siamo qui a combattere, giorno dopo giorno, una battaglia per la giustizia e la memoria. Molti di quelli che invece hanno sulla coscienza quelle morti oggi sono sparsi tra carceri e vite maledette. Noi ci siamo e ci saremo sempre, perchè il loro sacrificio non venga mai dimenticato.
Io oggi sono referente per Santa Margherita di Belice e Montevago di Libera, e questo nuovo impegno mi stimola ogni giorno a fare più di quel che posso, perchè lo devo a loro, a mio padre e a mio fratello, che meritano di vivere in un mondo diverso, anche solo attraverso la nostra memoria.

Pina Maisano Grassi e il cassetto delle memorie.

Libero Grassi fu lasciato solo nella sua lotta contro la mafia, senza alcun appoggio da parte dei suoi colleghi imprenditori. Per questo fu assassinato il 29 agosto 1991, alle ore 7.45. Denunciò la richiesta di pizzo, ma per questo non amava la definizione di eroe,  ma di un “cittadino onesto”.Per il suo omicidio sono stati condannati nel 2004 vari boss, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pietro Aglieri, con condanna confermata in Cassazione.

Di Libero la vedova Grassi conserva tanti ricordi, fotografie e lettere private. Nessuna condanna, anche definitiva, potrà mai restituire quello che gli fu strappato 20 anni fa in una mattina di fine estate.